“Vorrei che la mia lingua fosse piana, materiale, tangibile.” Intervista a Vins Gallico

Vins Gallico è uno scrittore che ha lavorato come editor, traduttore, ufficio stampa e ha insegnato ai corsi di Lingua e Letteratura italiana all’università di Gottinga e Brema. Attualmente è il responsabile di Fandango Podcast. Ha scritto Portami rispetto, Final Cut, La barriera, A Marsiglia con Jean-Claude Izzo, Storie delle librerie d’Italia” Oggi parliamo del suo ultimo lavoro “Il dio dello Stretto” edito da Fandango Libri. Il dio dello Stretto, un po’ come Psycho, vede il suo protagonista, Mimmo – un giovane giudice -, apparire solo a pagina 62. I temi principali (anche se non gli unici) che affronta sono: la giustizia, la verità e quel filo sottile che separa bene e male, che forse non è proprio un filo che separa, ma che unisce. Sullo sfondo gli anni ’90 e le vicende storiche. Luogo: la Calabria

Dal momento che i noir sono sempre difficili da descrivere, puoi raccontarci tu, in breve, la trama?

Si tratta di una storia che si svolge nei primi anni ’90: un femminicidio prima e un incidente stradale poi, sui quali indaga un giovanissimo PM, Mimmo Castelli, che come fai notare tu, entra molto tardi nella storia. Perché io non soltanto volevo scrivere un noir, ma volevo avere il “potere di rovinare il noir” 😉

Mimmo è un idealista, un cattocomunista appena diventato papà, con una moglie sorda e con degli amici quasi più sfigati di lui, è uno che crede che Reggio Calabria possa cambiare anche grazie a gesti eroici (non personali, ma collettivi). Eppure in questa storia, dove lui riesce a scoprire (abbastanza presto)chi ha commesso il delitto, ha un gigantesco problema con il castigo. Se la legge non garantisce la pena al colpevole, e neanche la religione, quali sono i limiti della giustizia umana? Cosa può fare l’uomo di legge di fronte al male degli uomini?

“Napoli è un paradiso popolato da diavoli” titolava Benedetto Croce, un detto del medioevo, tra l’altro. Tu lo hai trasposto alla Calabria “La Calabria è un paradiso popolato da demoni”. È proprio così, secondo te, la Calabria?

L’ho messo in bocca a un altro scrittore, Franz Werfel. Per raccontare una regione piena di contraddizioni. La Calabria ha una narrazione schizoide anche da parte di chi la abita. C’è chi vive in Calabria e  vede una regione bellissima, ma deturpata. Ma deturpata da chi? Sempre da altri. E per queste persone la bellezza della Calabria è superiore a tutto il resto del mondo, con quell’arroganza di chi non guarda più in là del proprio naso. 

E poi c’è anche un’altra tipologia calabrese che ovunque trova bruttezza, orrore, impossibilità lavorativa, frustrazione. Non si può vivere così, pensa quest’ultima parte di popolazione, non si può andare avanti così.

Io conosco una regione che alterna scorci di meraviglia e squarci di orrore. Vedo prospettive di grande turismo e ruberie da quattro soldi, vedo la bellezza dei Bronzi di Riace, del Musaba, delle istallazioni di Tresoldi e poi la piccineria soverchiante di alcuni commercianti o dell’industria dell’ospitalità. Vedo la demenza di chi vuol costruire il ponte sullo Stretto.

Locri, Africo, San Luca e Platì: luoghi che solo a sentirli nominare mettono i brividi. L’atmosfera, nel tuo libro, si sviluppa in una normalità apparente. I luoghi parlano, così come gli sguardi e le persone. Persino nelle persone “giuste” si percepisce l’abisso. È così difficile non farsi inghiottire da quei luoghi, rimanere “giusti”?

Ovunque è difficile essere giusti. Perché c’è una grande discrasia fra la persona buona e quella giusta, ce lo spiegava bene Victor Hugo. Rimanere giusti sotto minaccia è complicatissimo (con un coltello mi puoi fa’ cambia’ opinione, io so’ tenace, ma mica so’ cojone, canta giustamente Daniele Silvestri). Io credo che Mimmo, il mio protagonista, provi a essere buono, che non è lo stesso, forse è addirittura più comodo. Di certo la congiuntura spaziale, il luogo è sempre un condizionamento, una pressione. Diventa più facile essere ordinati in un posto ordinato. In un posto dove regna l’ingiustizia, è più difficile essere giusti. 

Tu scrivi: “Fare la modella non significa essere cretina […] C’è una domanda di bellezza che io soddisfo. Il capitalismo e la sensualità funzionano allo stesso modo.” La bellezza è paragonata al capitalismo, in questo periodo storico più che mai dove tutto fa parte del mercato anche il concetto di bello può essere venduto. È così? Non esiste niente che possa esulare dalla compra-vendita?

Il capitalismo non tollera alcuna forma di vita fuori da sé. Però ci spinge a pensare il contrario, per esigenze di mercato ovviamente. Per esempio il capitalismo crea e mercifica le nicchie culturali e le forme di resistenza. Penso a quante lotte spesso vengano fagocitate dal brand. Detto questo questo io stesso provo a scrivere libri che possano intrattenere, divertire, far riflettere con me le persone, ma se nessuno li compra allora c’è un problema. 

Si tratta proprio di quel subdolo ricatto lì… Se vuoi la bellezza in qualche modo devi pagarla.

Le cufe, blatte marrone rossastro, sono 16 volte più resistenti alle radiazioni nucleari. Probabilmente se l’intelligenza si misurasse nella capacità di sopravvivenza, anche della specie, non ci crederemmo più così intelligenti. Sicuramente, però, cerchiamo disperatamente di scacciare cufe e insetti dalle nostre case. A volte, però, si perde la lotta e si vive con esse. Ci si può assuefare alla bruttura (anche delle cufe)? 

Ma certo. Ci si può assuefare alla bruttezza e non reagire più. Noi lo facciamo tutti i giorni. Viviamo in un mondo che sta morendo assassinato per mano antropica, e ci voltiamo altrove, come se il cambiamento climatico o le ingiustizie sociali o i massacri delle guerre non ci riguardassero. Vediamo numeri, simboli, meme, non più persone e natura.

E purtroppo ci si può assuefare anche alla bellezza, che diamo per scontata, come qualcosa che possa essere ripristinata. E certe volte, spesso, non è vero. Senza cura la bellezza sparisce, si distrugge.

Nel tuo libro parli di femminicidio, sia perché c’è un presunto femminicidio raccontato proprio nelle prime pagine del libro, sia perché Sergio, uno degli amici di Mimmo, ne discute nella sua tesi in Giurisprudenza. Ci sono ben 4 pagine solo incentrate su ciò che è il femminicidio. “L’omicida arriva a desiderare al punto da distruggere l’oggetto del desiderio. […] Tutti noi, anche se non lo ammettiamo, siamo abituati a vedere le donne sottomesse. […] Picchiarne una, oppure ammazzarne una, per educarne cento. È un dividendo patriarcale, noi non abbiamo bisogno di essere violenti con le donne, perché c’è già chi ha instaurato per noi un regime oppressivo.” È una considerazione di un ragazzo degli anni ’90 che ha visto da poco scomparire il delitto d’onore o conquistare il diritto all’aborto o al divorzio, o pensi che anche oggi sia così? Punire diversamente, con pene esemplari, chi fa violenza di genere potrebbe essere una soluzione?

La parte che citi la devo sostanzialmente alle riflessioni di Albinati ne La scuola cattolica (anche qua interessante come alcuni aspetti come la cultura di destra, la religione e la sottomissione di genere siano spesso collegati). Di certo la situazione è molto migliorata, culturalmente e legalmente, rispetto ai decenni precedenti. Dico ciò, riferendomi all’onda lunga, ai processi di consapevolezza ed emancipazione, non al presente più immediato. 

Nel caso della violenza di genere se da un lato il numero dei femminicidi resta impressionante, dall’altro la presa di coscienza pubblica mi sembra molto più acuta. La manifestazione del 25 novembre è stata un successo, per esempio. Quanto alla pena, non credo molto nel ruolo della punizione quanto in quello della rieducazione, per cui investirei molto di più in riflessioni e pratiche di giustizia riparativa… Ma io lo scrittore provo a fare, non il giurista.

Scrivi “L’italiano, non è una lingua, è molte lingue” che si devono di volta in volta tradurre. L’italiano cambia e si modella su chi parla, su ciò che fa, su chi è, su cosa rappresenta, sul luogo da cui proviene.” Qual è, quindi, la lingua del tuo romanzo?

Paolo Zardi qualche mese fa mi diceva che avevo usato 11mila e passa parole nel mio libro. Che in media sono un bel po’. E mi sono stupito e preoccupato, perché di fatto provo a essere il più comprensibile e il meno involuto possibile, almeno quando si tratta di narrativa. 

Vorrei che la mia lingua fosse piana, materiale, tangibile. Sono uno scrittore di storie, di trame, di plot, non di stile. Penso spesso a quanto Colette scrisse a Simenon: Sei troppo letterario.

Ecco io provo a esserlo il meno possibile. Ogni tanto mi capita, ma è solo perché mi disegnano così

Se tu fossi un Segnalibro, in quale libro – a parte il tuo – staresti?

La trilogia di Marsiglia di Jean-Claude Izzo. Sul perché ci ho scritto un libro intero e adesso sarebbe complicato riassumerlo in poche righe. Ma posso citare il sottotitolo che era “Essere per, essere contro”.

INTERVISTA VIDEO a VINS GALLICO

LE CITAZIONI

“Ci sono risposte che le orecchie non riescono a percepire, se le formula il cuore”
(Vins Gallico, Il dio dello stretto)

“A Roma dovrebbero pensare a come conservare la luce.”
(Vins Gallico, Il dio dello stretto)

“La cultura alla fine è ciò che rimane quando abbiamo dimenticato tutte le nozioni.”
(Vins Gallico, Il dio dello stretto)

“Noi pensavamo di conoscere il mondo, e non sapevamo nulla di quello che avveniva dietro l’angolo.”
(Vins Gallico, Il dio dello stretto)

“La paura modifica l’approccio con l’altro, per cui il primo pensiero non è più “ti voglio bene”, ma “stai bene?””
(Vins Gallico, Il dio dello stretto)

“Era una povera ragazza, sfinita dal suo passato e illusa dal suo futuro”
(Vins Gallico, Il dio dello stretto)

“La cecità è il peggior difetto di un magistrato.”
(Vins Gallico, Il dio dello stretto)

“La vita bisogna saperla manovrare.”
(Vins Gallico, Il dio dello stretto)

“Il mio problema non è la guerra o la pace, il mio problema è la giustizia […] Magari lei la farà franca con i tribunali, ma la pagherà al cospetto di Dio.”
(Vins Gallico, Il dio dello stretto)

“In fondo, se ci pensate, le religioni sono grandi racconti.”
(Vins Gallico, Il dio dello stretto)

“La verità è l’uomo in carne e ossa. La verità è una storia che al suo interno ha luce e tenebra, ma anche corpo e sostanza.”
(Vins Gallico, Il dio dello stretto)

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